leggendaLa Valle Calepio è una delle piccole e ridenti valli che la provincia bergamasca ha tenuto in serbo per chi, amante della natura e delle opere frutto dell’ingegno umano, ha ancora voglia di scoprire.

Aprendosi dal Sebino segue per un buon tratto la stessa acqua che, ora col nome di fiume Oglio, scende lenta e solenne verso il Grande Padre della pianura più grande d’Italia: il Po.

Le forti strutture dei monti, Galene e Brozone, la proteggono al suo nascere regalandole un clima dolce e deliziosamente fresco. Natura incontaminata? Beh, forse incontaminata non lo è più, sicuramente conserva il fascino di una vita rispettosa dei suoi ritmi che legati al lento procedere delle stagioni hanno consentito all’Uomo di fare la storia.

E la storia di un popolo è anche cultura fatta di grandi cose e cose minime, di grandi azioni e di fantasie che, cementandosi nella conoscenza, hanno lasciato segni indelebili a noi gente del duemila. Come, ad esempio, opere d’arte dotta o popolare che sia, costruzioni imponenti e maestose oppure povere ed essenziali, ma anche il battezzare una località: narra la leggenda…

Sarà leggenda?
Un mattino, nella piazza di Carobbio (un piccolo comune della Valle Calepio), comparve, all’improvviso, un bel giovane mai visto prima nel borgo.
Le sue fattezze avevano qualcosa di familiare…

Si, assomigliava molto alla statua dell’Angelo in marmo che si trovava sul al castello, sulla cima del monte Santo Stefano.
L’incredulità serpeggiante fu, in poco tempo, soppiantata dalla curiosità e fu così che alcuni baldi giovani salirono, decisi, all’antico maniero per controllare. Quale non fu la meraviglia nello scoprire che la statua non era al suo abituale posto.

Ma allora…

Dopo alcuni giorni, improvvisamente come era arrivato, il giovanotto sparì e di lui non rimase traccia alcuna, nemmeno il nome che nessuno aveva pensato, nella meraviglia generale, di chiedere. A questo punto non restava che una cosa da fare, ritornare al castello per controllare, altra sorpresa: la statua dell’angelo era là, al suo posto.

Da allora la leggenda vuole che, di tanto in tanto, ancora oggi l’angelo abbandoni il castello e scenda in paese, magari in compagnia di altre creature celesti: ecco quindi perché la borgata ha preso il nome di CAROBBIO DEGLI ANGELI.

Ora l’Angelo del castello, stilizzato insieme ai merli dell’antico maniero di origine medievale, compare a simbolo della “TENUTA DEGLI ANGELI”, l’azienda vitivinicola realizzata da Manuela e Pierangelo Testa proprio su alcuni terreni che, a mezza costa sul monte S.Stefano, furono patrimonio del castello e, già a quel tempo vocati alla coltivazione dei vigneti.
D’altronde siamo in Valle Calepio, terra enoica per eccellenza.

L’Angelo che volle confondersi con gli uomini, forse per fare un’esperienza terrena, fa ora da padrino ai vini prodotti da questa Azienda, che hanno l’ambizione di essere…celestiali.